Ed eccomi qua.

Sono a Taipei, a Taiwan.

Dopo un viaggio che mi è sembrato infinito (in parte perché non ho quasi mai dormito, nonostante la stanchezza arretrata dei giorni precedenti) ci sono.

Sono talmente rincoglionita, da uno strano mix di adrenalina e sonno, che prima sul divano pensavo “oh ma guarda te che strano, mi sembra di sentire gente che parla in cinese fuori dalla finestra”. Ci ho messo una decina di secondi a rendermi conto che l’avevo sentita davvero, e poi volevo prendermi a schiaffi da sola per farmi rinvenire.

Per carità eh, io ci ho provato. Sul volo ho ascoltato un po’ di musica, ho visto un film (molto bello, Coming Home di Zhang Yimou), poi quando ho capito che non mi sarei addormentata ho visto le prime tre puntate della prima stagione di Westworld (cheffigata), il tutto con l’audio in cinese e sottotitoli in inglese o viceversa. Insomma, le ho provate veramente tutte: ho anche meditato. Niente, il cervello non si spegneva.

In questo momento non so bene cosa fare. O meglio, so che dovrei andare a letto perché sono effettivamente molto stanca. Non so se sia colpa del sonno, del jet lag, dei nervi, di tutte queste novità che però sanno anche di conosciuto. Le strade sono colorate e piene di caratteri, la gente mangia fuori la sera, spaghettoni, ravioli, tagli di carne dalla dubbia igiene, è tutto come lo ricordavo. Ma le strade sono più pulite, nessuno sputa, i caratteri sono in tradizionale e io sono cambiata negli ultimi due anni.

Tirare fuori due parole in un cinese decente, ve lo dico, è stata una sorta di impresa titanica. Finché ho potuto ho fatto la vaga con l’inglese, chiacchierando allegramente col padrone di casa e parlando sempre in inglese con le hostess in aereo. Il mio cervello era tipo un bambino viziato e capriccioso: finora mi hai fatto usare intensivamente solo lingue europee, strutturalmente vicine all’italiano, lessicalmente idem, mo’ che è sta storia che vuoi che tutto d’un tratto mi metta a discorrere in cinese. E c’ha pure ragione.

Dopo una breve ispezione alla casa e un sacco di rogne per trovare un benedetto bancomat che ci facesse prelevare (SEI, ne ho provati SEI), io e Giulia abbiamo deciso di andare da Carrefour (che qui si chiama Jialefu) a fare incetta di arsenale da guerra: spugnette, pezzette, sgrassatore, detersivo per i piatti e per i pavimenti, per lavare i panni, insomma ci siamo preparate al peggio. E abbiamo trovato qualcosa di molto simile in bagno.

Qui vi narro del nostro disagio: stanche morte, dopo un viaggio del genere, che andiamo a fare la spesa e ce la trasciniamo in giro per Taipei prima di tornare a casa e pulire a fondo almeno bagno e stanze da letto, per poi farci finalmente una meritatissima doccia. Perché badate bene che la doccia, prima di aver pulito il bagno, non se ne parla. Insomma, il nostro disagio era evidente anche ai nostri amici dagli occhi a mandorla.

Ma i taiwanesi sono così carini e cordiali, hanno tipo il riflesso dell’aiutare un povero straniero con evidenti carenze di sonno in difficoltà sui mezzi o per strada. Pensate che l’autista di un autobus (che Google mi stava facendo prendere nella direzione sbagliata, ci tengo a precisarlo) non solo ci ha aiutate, ma passando davanti a noi mentre aspettavamo di attraversare ci ha anche sorriso. Roba che a Roma sei fortunato se l’autobus si ferma alla fermata durante il servizio regolare.

Dopo un pomeriggio di pulizia ed elucubrazioni sugli standard qualitativi (o mancanza di) di igiene altrui, finalmente facciamo i letti e usciamo per cena. Che bello sentire l’odore delle lenzuola pulite e stirate (unicamente per farle entrare meglio in valigia, non facciamo scherzi), mi ha ricordato l’odore di casa. Roba che se vado verso la cucina mi ricordo di essere nel bel mezzo dell’Asia eh, ma sono dettagli. Mi sono rivista preparare la valigia, tutta affannata e nervosa, mentre stiravo, piegavo, riponevo, ritiravo fuori, ristiravo e ririponevo la roba la sera prima. Mi sono quasi fatta tenerezza da sola, salvo per poi ricordarmi che sono una pirla. Quindi mi sono fatta ridere, e mentre finivo di sistemare il letto con le lenzuola che mi ha regalato nonna Cati mi sono sentita un po’ più a casa.

Avendo saltato il pranzo ed avendo passato la giornata in giro al caldo e a pulire, alle 19 sia io che Giulia avevamo un certo appetito. Ed ecco che parte la quest secondaria della giornata: trovare i ravioli. Non avendone visti nelle vicinanze durante la nostra giratina di esplorazione, il nostro istinto di sopravvivenza (leggi: il pitone solitario che va matto per i ravioli) ci ha portato a sentirci minacciate, insicure. Non vi dico quindi la gioia quando, dopo aver quasi finito la via, Giulia esclama “VEDO ROBA AL VAPORE”. E attraversando la strada nel peggior stile italiano e cinese di sempre, ovvero fregandosene altamente della viabilità, le nostre eroine hanno raggiunto la bancarella dei ravioli al vapore.

Dopo il lauto pasto, accompagnato da una birra locale fantasiosamente battezzata “Taiwan beer”, ci siamo finalmente fatte una bella doccia. Ma siccome la vita è una serie di mainagioia, l’asciugacapelli non ha funzionato bene con il cambio di corrente e ora assomiglia a un trattore che esala i suoi ultimi respiri. So much for conditioning. Ma chissenefrega: sono a Taiwan, sono sopravvissuta a questa prima giornata con sole tre ore di sonno e una quindicina di viaggio addosso, la gente parla cinese e finché non va sul dialetto la capisco anche. Quindi niente, passo e chiudo stanca ma soddisfatta e un pelino orgogliosa.

 

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...